freccia arancio

 

 "Perché gli uomini creano opere d’arte?
Per averle a disposizione quando la natura spegne loro la luce
"

 

Elogio dell'Arte

Orfeo

 

Nell'undicesimo libro delle Metamorfosi, Ovidio narra che Orfeo, il mitico poeta tracio (figlio di Eagro e della musa Calliope, o forse Polinnia), in grado con il suono della cetra di incantare la natura intera e piegare al suo volere persino le bestie più feroci, perduta l'amata Euridice uccisa dal morso di un serpente, volle tentare la più ardita delle imprese: scendere negli Inferi e riportare in vita la sposa.

(Orpheus in the Underworld: Can Can)

Rapiti dalla struggente bellezza ed armonia del suo canto gli inesorabili signori degli Inferi, Ade e Persefone, ascoltano commossi la preghiera di Orfeo e acconsentono a restituirgli Euridice, a patto però che egli non si volti a guardarla prima di essere uscito dal regno dei morti.
Il poeta inizia così la lenta risalita verso la vita, la sposa lo segue alle spalle. Ormai vicini all'uscita, con i primi raggi di sole che filtrano dall’alto, per eccesso d'amore, per l'irresistibile desiderio di contemplare il volto amato o per l'ansia di controllare che sia proprio Euridice a seguirlo, Orfeo si gira e in un attimo tutto è perduto: Euridice scompare, risucchiata per sempre nella voragine infernale. Inconsolabile, Orfeo si rifugia nella desolata terra di Tracia a piangere Euridice due volte perduta, e qui viene barbaramente ucciso dalle Menadi alle cui lusinghe si era rifiutato di cedere. Il suo corpo fatto a pezzi e le membra sparse nella campagna in un orrido rito di fertilità.
Ma la testa dell’aureo poeta, rotolata nel fiume Ebro, non smetterà mai di cantare in nome dell'amata Euridice.
  

“Orfeo” di Gustave Moreau

Sul suo “quaderno rosso” il pittore simbolista francese Gustave Moreau (Parigi 1826 - ivi 1898) annota: «La ragazza trova la testa di Orfeo che galleggia sull’acqua e sulla sua lira. Li estrae riverentemente dal flusso del fiume. Un gesto gentile».

Nella profondità dei sogni si trova sempre l'alba

Nel dipinto di Moreau (realizzato nel 1865 e presentato al Salon di Parigi del 1866) una giovane donna regge la lira di Orfeo sulla quale è poggiata la testa decollata del cantore.
Due tartarughe brucano sul terreno in basso a destra. Intorno ai due personaggi si estende un paesaggio collinare. La testa di Orfeo (coronata di alloro, simbolo di immortalità) è adagiata sulla sua lira in un momento di delicata dolcezza che si contrappone alla furia omicida appena preceduta. L'ombra meravigliosa delle foglie ha smesso di tremare.
L’atmosfera è mistica, quasi teatrale, la scena disseminata di elementi simbolici. Anche la composizione elaborata e i colori (con quel chiaroscuro dorato tipico dello stile di Moreau) contribuiscono a caricare l’opera di un fascino misterioso e di un sottile inquietante erotismo. Le tartarughe che compaiono nel dipinto ricordano la natura delle corde della prima lira che secondo la mitologia greca vennero realizzate da Ermes con gli intestini di quegli animali.
L’Orfeo di Gustave Moreau è un’opera  che si ispira al mito classico reinterpretato in chiave simbolista, eppure terribilmente moderno come soltanto ciò che è unicamente radicato nel tempo.
Il paesaggio che ospita la scena richiama stilisticamente i dipinti di Leonardo da Vinci e il  viso del giovane cantore evoca quello del “Prigione morente” di Michelangelo Buonarroti (l’artista possedeva nel suo studio un calco in gesso della scultura del fiorentino).
I colori sono preziosi e opulenti, sfumature di carminio, viola, verde, e l’oro che abbonda nelle decorazioni ed è associato a colori accesi dal significato passionale come ad esempio il rosso. I corpi perdono volume e acquistano una impalpabile consistenza. Tutto si essenza[1] del vagante sogno orfico di un amore spezzato che aleggia ancora vivo e solenne, come un dolore che piange ma si schiude puro alla forma del tempo.
Il formato dell’inquadratura ricorda quello di un tarocco[2], le carte utilizzate per predire il futuro.
La testa del cantore tracio diventerà il simbolo della rigenerazione della poesia, un’immagine amata ed evocata da intere generazioni di artisti e letterati.

Ammirato dai poeti parnassiani e dai simbolisti per le scenografiche composizioni affollate di immagini romantiche e decadenti nelle quali accostò (con il preziosismo e l'abbondanza di riferimenti letterari che gli erano abituali) elementi diversi tratti dal mondo classico, bizantino e indiano, Gustave Moreau influenzò l'espressionismo, il surrealismo e il fauvismo, quest'ultimo attraverso l'allievo H. Matisse che guardò soprattutto alle opere “non finite” del maestro, dove i valori puramente cromatici si sostituivano a quelli lineari e dell'arabesco.

«Non credo né in ciò che tocco né in ciò che vedo e solo in ciò che sento.
Il mio cervello e la mia ragione sembrano effimeri e di dubbia realtà. Solo il mio sentimento interiore mi appare eterno e indiscutibilmente certo» 
(G. Moreau).

 

Edoardo Delle Donne

 

 

Dante 2

Gustave Moreau -Orphée- 1865

 

 

[1] Essenza: fondamentali elementi di questo concetto si possono ritrovare in Platone, che muovendo da Socrate, costruì con la sua Teoria delle Idee una vera e propria metafisica delle essenze, intese come Idee immutabili, necessarie ed eterne, distinte e separate dal mondo mutevole e contingente, partecipanti del principio supremo, il Bene, che di esse è l'unità armonica. Ma l'ipostatizzazione platonica delle essenze fu combattuta da Aristotele, che confutò il “dualismo” implicito in tale teoria e ricercò la definizione di essenza nell'interiorità di una cosa.

[2]"taròcco” in Vocabolario Treccani, in  https://www.treccani.it/vocabolario/tarocco1/.

 

 

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