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 "Ovunque ci sono stelle e azzurre profondità"

 

L'altro obiettivo

Il mio umanesimo

Questa fotografia è stata scattata in un momento magico, in cui si realizzava il sogno di tutti i reporter: quello di essere invisibili. Stavo tenendo un corso di fotogiornalismo in un riformatorio in Kenya, di cui non faccio il nome per rispettare la privacy delle ragazze. Amo moltissimo l’insegnamento, ma non insegnare, che non è cosa per me - in quel caso era l’unico modo per entrare nel carcere.
Le detenute erano bambine e ragazze minorenni che per problemi delle loro famiglie erano finite per strada e dunque nell’illegalità, oppure che dovevano essere protette da famiglie violente. Le loro colpe andavano dal vagabondaggio o dal marinare la scuola – che in Kenya sono vietati – all’omicidio. Ma bisogna sapere che spesso le famiglie accollano la responsabilità dei crimini ai minori, perché per questi la condanna è più leggera.
Le incontravo cinque volte la settimana per tutto il pomeriggio ed eravamo alla terza settimana, quindi si erano abituate alla mia presenza. Avevano finito di pranzare e si erano messe a guardare la tv. Andavano pazze per i video musicali di Bollywood. Era una bella giornata perché c’era stata una distribuzione di divise scout – lo scoutismo è molto seguito in Kenya, dove Robert Baden-Powell, fondatore del movimento, ha vissuto e ha voluto essere sepolto in una tomba che si affaccia sul Monte Kenya, il monte sacro.
Era stato distribuito anche del latte, che era una novità rispetto al solito githeri di mais e fagioli.
Grazie a queste piacevoli distrazioni, mi resi conto di essere coperta dal mantello dell’invisibilità. Mi sistemai su una panca sotto la televisione e scattai in stato di grazia, senza interferire minimamente con quello che accadeva.

La fotografia è nata per la ritrattistica, e fino a che esisterà, ci saranno ritratti da fare.
Giocando con le lingue, chiamo il mio lavoro “reportrait” perché è un reportage fatto essenzialmente da ritratti. L’ossessione per i ritratti per me è innata: anche nelle nuvole, nelle crepe dei muri, nelle macchie, nei paesaggi vedo corpi e volti di esseri umani e animali. Questo fenomeno, che la scienza chiama pareidolia, e che probabilmente serviva ai nostri antenati per riconoscere i nemici nascosti, e dunque per la sopravvivenza, in me è particolarmente sviluppato.
Inoltre, i ritratti sono le storie piccole che mi mettono in contatto con la Storia grande. Soprattutto, i ritratti sono rapporti, fatti da chi è fotografato tanto quanto da chi fotografa, il che non è una contraddizione rispetto al desiderio dell’invisibilità, guadagnata proprio grazie al rapporto.
E i rapporti sono quello che ci definiscono come esseri umani.
I soggetti delle mie fotografie sono sempre il fine e mai il mezzo, la bussola che orienta la scelta di cosa e come fotografare. Perché ho fotografato quelle ragazze, mettendole a rischio di essere riconosciute e danneggiate?
Perché erano beneficiarie di un progetto di “child protection” di un’ottima ONG, il Cesvi e, grazie a lunghi ragionamenti insieme al responsabile, che lavorava da anni in difesa dei diritti dei minori, credevo che per loro i benefici conseguenti alle mie fotografie sarebbero stati decisamente maggiori degli eventuali danni.
Spero di non essermi sbagliata. L’essere umano con la sua dignità e i suoi diritti è sempre al centro del mio lavoro e della mia vita. Questo è il mio piccolo contributo all’immenso umanesimo.  

 

 

Laura Salvinelli
(Fotografa)

 

Dante 2

Detained girls. Laura Salvinelli

 

 

 

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